The internment camp of Ferramonti di Tarsia was the main and most numerous among the various
places of internment for non-Italian Jews, stateless persons and citizens of foreign countries at war
with Italy that the fascist regime opened in various location of Italy between June and September
1940, just before the entrance of Italy in the Second World War. In Ferramonti, the largest group of
internees was that of foreign Jews. To understand why in this internment camp there were no
italian jews, but only foreign Jews from various parts of Europe, it is necessary to reconnect with
the phenomenon of the forced emigration of Jews that took place in many European countries
during the 1930s. In 1903 with the publication by the Tsarist police of the "Protocols of the Elders
of Zion", a false document that was intended to prove the existence of a Jewish conspiracy to
dominate the world, a new wave of anti-Semitism progressively spreaded throughout Europe and
United States, but its most important receptive center was in Germany. Already, in pre-Nazi
Prussia, the Jews could not access either governmental positions, administration, army or
academic positions. According to Bismarck, a Christian state such as Prussia could not tolerate
Jews in its ranks, only to then use Jewish bankers to restore its finances. In this clear anti-semitic
context, Italy had had a different position. The Italian unification (also known as Risorgimento)
conferred equal dignity on the Jews and, at the beginning of the last century, many Italian Jews
occupied high institutional positions: 3 presidents of the Council (Fortis, Luzzati and Sidney
Sonnino ), a mayor of Rome (Nathan) and during the First World War our army numbered fifteen
generals and three Jewish admirals. At that time, in Italy, the main opponent of the Jews was the
Catholic Church and certainly not the Italian state or its people.
However, the advent of totalitarian regimes completely changes the face of anti-Semitism across
Europe. In 1933, when the Nazis came to power, a little more than half a million Jews lived in
Germany, many of whom began to emigrate to states considered safer such as France, the United
States, Palestine and South America. Until September 1941, Nazism itself chose the path of a
forced emigration of Jews out of their territories rather than internment. Although the fascist
ideology had a clear anti-Semitic matrix, Italy was the protagonist of a more modest Jewish
immigration, which was tolerated by fascism itself, which, unlike Germany, allowed foreign Jews
the possibility of integrating into Italian professional life, to study at university and to earn the
necessary means of subsistence. In those years, the lack of a diffuse anti-Semitism feeling in the
Italian population configured Italy as a sort of "precarious refuge" for Jews seeking salvation from
Nazism. However, the Italian racial laws of 1938 radically changed the attitude of substantial
tolerance-endurance. As in the Bismarck's Prussia, Italian Jews were excluded from all civil rights
and kept separate from the "pure Italian race, but not captured and imprisoned. Foreign Jews who
immigrated to Italy after January 1919 not only lost their civil rights, but also the right of residence
with the expulsion order within 6 months following the publication in 1938 of the racial laws.
Paradoxically, on the other hand, in the following 1939 a law was promulgated for which a “tourist
visa” was granted to foreign Jews who intended to travel to Italy for business, care, study and
boarding. Following the advent of Nazism in Germany, about 9,000 Jews immigrated to Italy: many
of them left Italy after the racial laws, but in May 1940 about 4,000 foreign Jews were still in Italy. In
that month, preceding the entry into the war June 1940), fascism decided to capture and intern all
the foreign Jews who had not complied with the expulsion decree. It is a real paradox to consider
that Italy, initially much more tolerant than Germany, issues an arrest order for foreign Jews more
than a year before the same decision by the Nazism in Germany, which began the round-up of all
Jews only after September 1941. Another of Italy's many contradictions regarding its Jewish
question.
Tuttavia, l’avvento dei regimi totalitari cambia completamente il volto dell’antisemitismo in tutta l’Europa. Nel 1933, all’arrivo del nazismo al potere, vivevano in Germania poco più di mezzo milione di Ebrei molti dei quali iniziarono a emigrare verso stati ritenuti più sicuri quali la Francia, gli Stati Uniti, la Palestina e il Sud America. Fino al settembre 1941, lo stesso nazismo più che l’internamento sceglie la via dell’emigrazione forzata degli Ebrei fuori dai propri territori. Malgrado l’ideologia fascista avesse al suo interno una chiara matrice antisemita, l’Italia fu protagonista di una più modesta immigrazione ebraica di fatto tollerata dallo stesso fascismo che, al contrario della Germania, permetteva agli ebrei stranieri la possibilità di integrarsi nella vita professionale italiana, di studiare all’università e di guadagnare i necessari mezzi di sussistenza. La mancanza poi di un diffuso antisemitismo nella popolazione italiana fa dell’Italia di quegli anni una sorta di “rifugio precario” per gli Ebrei in cerca di salvezza dal nazismo. Tuttavia, le leggi razziali italiane del 1938, cambiano radicalmente l’atteggiamento di sostanziale tolleranza-sopportazione: gli ebrei italiani, così come era avvenuto nella Prussia di Bismarck, vengono esclusi da ogni diritto civile, tenuti separati rispetto alla popolazione di “pura razza italiana”, ma non catturati e imprigionati; gli ebrei stranieri immigrati in Italia dopo il 1 gennaio 1919 non solo perdono i diritti civili, ma anche il diritto di residenza con l’ordine di espulsione entro 6 mesi dalla pubblicazione delle leggi razziali. Paradossalmente, d’altro canto, nel successivo 1939 fu promulgato un decreto per cui era concesso il visto turistico a ebrei stranieri che intendevano recarsi in Italia per affari, cura, studio e imbarco. In breve, dall’avvento del nazismo al potere immigrano in Italia circa 9.000 Ebrei: molti di loro si allontanarono dall’Italia dopo le leggi razziali, ma nel Maggio 1940 circa 4.000 ebrei stranieri si trovano ancora in Italia. In quel mese, precedente all’entrata in guerra, il fascismo decide di catturare e internare tutti gli ebrei stranieri che non avevano ottemperato al decreto di espulsione. E’ un paradosso pensare che l’Italia, inizialmente più tollerante rispetto alla Germania, emetta un ordine di cattura per gli ebrei stranieri più di un anno prima della stessa decisione da parte della Germania nazista, la quale iniziò il rastrellamento di tutti gli Ebrei solo dopo il settembre 1941. Un’altra delle tante contraddizioni dell’Italia riguardo alla questione ebraica.
Il 14 settembre 1943, quindi a brevissima distanza di tempo dall’armistizio, il campo fu liberato dall’avanzata alleata, venendo raggiunto dalle avanguardie britanniche e riuscendo pochi giorni prima a convincere una colonna nazista della divisione corazzata Hermann Göring a non entrare nel campo stesso inscenando una falsa epidemia di tifo. Molti degli internati si erano comunque sparpagliati per maggior sicurezza nei villaggi circostanti[12]
Dopo la liberazione il campo rimase aperto sotto una direzione ebraica, supervisionata dagli inglesi, fino alla fine della guerra. Molti degli ex-internati seguirono le forze armate alleate. Nel maggio del 1944, un gruppo di circa 350 di loro si imbarcarono da Taranto per la Palestina; 1000 partirono il 17 luglio 1944 da Napoli per gli Stati Uniti dove furono internati per qualche tempo a Camp Oswego nello Stato di New York, prima che fosse concessa loro il diritto di residenza nel paese.
Era un grosso gruppo di giovanissimi ebrei appartenenti alla organizzazione sionista Betar che il 18 maggio del 1940 partì da Bratislava a bordo del battello fluviale Pentcho nella speranza di raggiungere la Palestina. Il gruppo era comandato dal sionista Alexander Citron. Il battello a stento navigò lungo il Danubio e arrivò nel mar Nero, passò lo stretto dei Dardanelli, ma quando si trovò in mare aperto la notte fra il 9-10 ottobre del 1940 naufragò di fronte ad un’isola deserta dell’Egeo chiamata Kamilanisi privi di ogni possibilità di sopravvivenza. Avvistati prima dagli inglesi (che però non andarono in loro soccorso)[9], furono salvati dalla nave militare italiana “Camogli” (che era molto più distante dall’isola rispetto agli inglesi) comandata dal Cap. Carlo Orlandi. La nave italiana li portò a Rodi dove furono internati fino agli inizi del 1942 e da qui portati in due riprese (febbraio e marzo 1942) a Ferramonti. L’odissea di questo battello e dei suoi passeggeri è narrata in diversi libri fra cui uno di John Bierman (Odyssey, 1984) e uno dello stesso Citron (Habaita). In seguito il capitano Orlandi venne preso dai nazisti che lo deportarono in un campo di concentramento in Germania[9].